Garantire acqua sicura e disponibile con continuità è una sfida cruciale per l’Italia, uno tra i paesi europei con i prelievi più elevati. La crisi climatica, l’aumento degli eventi estremi e le fragilità infrastrutturali stanno mettendo sotto pressione un sistema già segnato da dispersioni elevate e forti disuguaglianze territoriali. Comprendere come l’acqua potabile viene prelevata, distribuita e utilizzata è fondamentale per rafforzare la resilienza dei territori e orientare le scelte future.
L’Italia, pur disponendo di un patrimonio idrico significativo, deve affrontare pressioni crescenti legate ai cambiamenti climatici, alla maggiore frequenza di eventi estremi, alla frammentazione gestionale e alla necessità di ridurre sprechi e perdite lungo la rete. Il confronto internazionale mostra come il nostro Paese occupi da oltre vent’anni una posizione di vertice nell’Unione europea per quantità di acqua dolce prelevata per uso potabile. Nel 2022 i prelievi nazionali per uso potabile ammontano a 9,1 miliardi di m3 (dato in calo nel 2024 secondo le prime stime). In termini pro capite, con 155 m3 annui per abitante nel 2022, l’Italia è la terza dopo Irlanda (200) e Grecia (159), ben sopra la media europea, dove molti paesi si attestano tra 45 e 90 m3; Malta chiude la classifica con 27 m3 pro capite[1].
Nonostante il 2022 sia stato l’anno più caldo e meno piovoso dal 1961[2], i prelievi non hanno subito variazioni significative a livello nazionale, salvo alcune criticità locali. Il distretto idrografico del Fiume Po resta l’area con i maggiori prelievi (30,7% del totale nazionale), seguito dall’Appennino meridionale (25,4%). Tra le regioni, spiccano Lombardia (16,2%), Lazio (12,2%) e Campania (9,8%). I volumi pro-capite variano ampiamente: dai 110 litri al giorno per abitante in Puglia ai 2.160 del Molise. Nel Mezzogiorno, gli scambi interregionali restano determinanti: parte delle risorse prelevate in Basilicata e Molise confluisce nelle regioni confinanti per sopperire all'insufficiente disponibilità idrica locale, evidenziando la complessità della gestione idrica e la necessità di un approccio coordinato.
Tra i paesi mediterranei, l’Italia si distingue per il forte ricorso alle acque sotterranee, che costituiscono la principale fonte di approvvigionamento idropotabile. Nel 2022 circa l’85% del prelievo proviene da pozzi e sorgenti, il 15% da acque superficiali[3] e solo una quota marginale da acque marine, soprattutto in Sicilia per rifornire le isole minori. L’uso di acque sotterranee supera il 75% in quasi tutti i distretti, con punte del 94% nell’Appennino centrale e nelle Alpi orientali. Al contrario, in Sardegna prevale l’uso di acque superficiali, con il 78,6% proveniente da bacini artificiali.
L’approvvigionamento idropotabile in Italia si basa su circa 37.400 fonti distribuite sul territorio nazionale, captate attraverso diverse opere di presa. I dati storici del Censimento delle acque per uso civile dell’Istat mostrano una continuità nella configurazione dei punti di prelievo, pur con variazioni dovute a condizioni climatiche, esigenze idriche e stato delle infrastrutture. Le prime analisi del 2024 confermano questo quadro. A livello comunale, in alcuni casi le fonti sono vicine ai luoghi di consumo, mentre in altri – soprattutto in diverse aree del Sud – l’acqua percorre lunghi tragitti, talvolta oltre i confini regionali, per compensare la scarsa disponibilità locale. Di conseguenza, a livello regionale, non vi è sempre una corrispondenza diretta tra i livelli di prelievo e di consumo. Inoltre, due comuni su tre è presente almeno una fonte di approvvigionamento utilizzata a scopo idropotabile. La diffusione dei punti di prelievo sul territorio varia in base alla tipologia di fonte utilizzata. I pozzi, presenti nel 43% dei comuni italiani, sono il tipo di fonte più diffusa sul territorio; a seguire le sorgenti, presenti nel 39% dei Comuni.
Il volume prelevato si riduce già all’ingresso delle reti, a causa delle perdite e dei volumi destinati all’ingrosso per usi non civili (agricoltura e industria). Nel 2022 sono stati immessi nelle reti comunali 8 miliardi di m3 di acqua potabile (371 litri per abitante al giorno), con forti differenze regionali. A causa delle dispersioni, agli utenti finali sono arrivati 4,6 miliardi di m3 di acqua per usi autorizzati[4], pari a 214 litri per abitante al giorno. Rispetto al 1999, il volume erogato è diminuito del 13%, anche per effetto di una maggiore attenzione ai consumi e del migliore monitoraggio.
L’erogazione giornaliera pro-capite è più elevata al Nord, con un massimo nel Nord-Ovest, mentre le Isole registrano i valori più bassi, assieme a Puglia e Umbria. Nei comuni capoluogo di provincia e città metropolitane, l’erogazione è più alta rispetto al valore nazionale, anche per l’attrattività legata a turismo, lavoro, salute e studio. Permangono consistenti perdite idriche nelle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile: nel 2022 il volume disperso è pari a 3,4 miliardi di m3 (il 42,4% dell’acqua immessa in rete). Si tratta di 157 litri al giorno per abitante: un volume che basterebbe a soddisfare per un anno le esigenze di oltre 43 milioni di persone. Le perdite derivano da rotture, vetustà delle condotte e aspetti amministrativi, come errori di misura e consumi non autorizzati.
Il divario Nord-Sud resta marcato: valori superiori al 60% si registrano in Basilicata (65,5%) e Abruzzo (62,5%), Sardegna e Sicilia superano il 50%, mentre valori minimi si registrano nella provincia autonoma di Bolzano/Bozen (28,8%), in Emilia-Romagna (29,7%) e Valle d’Aosta (29,8%). Nei capoluoghi di provincia e città metropolitane la situazione è migliore grazie ai maggiori investimenti: nel 2022 le perdite si attestano al 35,2%, in calo rispetto al 2020 e inferiori di circa dieci punti rispetto agli altri comuni.